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Assegno unico e nuovo ISEE: chi ci guadagna davvero e chi no

Con la riforma dell’ISEE cambiano le regole per l’assegno unico: più figli, casa di proprietà e professione faranno la differenza. Ecco chi vedrà aumentare davvero l’importo

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Foto di Pixabay.com
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La manovra 2026 riscrive le regole dell’ISEE, l’indicatore che misura la situazione economica delle famiglie, con effetti diretti sull’assegno unico e su altre prestazioni sociali. Due gli interventi centrali: la revisione della scala di equivalenza (che misura il peso dei componenti familiari) e la modifica del trattamento della casa di abitazione nella parte patrimoniale. Per chi ha più figli, la scala sarà più favorevole: un incentivo pensato per sostenere i nuclei numerosi. Per chi possiede casa, invece, la franchigia passerà da 52.500 a 91.500 euro, con ulteriori 2.500 euro per ogni figlio dal secondo in poi.

Secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), circa 2,6 milioni di figli saranno coinvolti dal nuovo meccanismo, con un incremento medio stimato di 10 euro mensili per assegno. La riforma, dunque, punta ad ampliare la platea di beneficiari e a modulare l’importo in modo più equo. Ma, come sempre, gli effetti non saranno uguali per tutti.

La scala di equivalenza premia le famiglie numerose

Il primo intervento riguarda la scala di equivalenza. Per i nuclei con due figli viene introdotta una maggiorazione di +0,1 punti; per tre figli +0,05; per quattro +0,1; e per almeno cinque +0,05. Si tratta di variazioni che, pur piccole, abbassano l’ISEE complessivo, rendendo più vantaggioso l’accesso all’assegno.

In pratica, a parità di condizioni economiche, i nuclei con tre o più figli saranno collocati in una fascia ISEE più favorevole, con un aumento dell’importo spettante. L’obiettivo del governo è correggere l’effetto penalizzante per i nuclei numerosi e riconoscere un sostegno aggiuntivo a chi ha più figli a carico.

Franchigia casa: la sorpresa per i proprietari

La seconda novità riguarda la casa di abitazione. L’aumento della franchigia, da 52.500 a 91.500 euro, riduce il peso della prima casa sul calcolo patrimoniale. È un cambiamento significativo: secondo l’Upb, più della metà dei proprietari (55,2 %) possiede abitazioni che superavano la vecchia soglia e quindi beneficerà del nuovo limite. Inoltre, la maggiorazione di 2.500 euro per figlio, dal secondo in poi, attenua ulteriormente l’impatto del valore immobiliare per le famiglie con più componenti.

I locatari, invece, non avranno vantaggi diretti da questa modifica e potranno contare solo sulle maggiorazioni della scala di equivalenza. In generale, la riforma tende a favorire i proprietari con figli, spostando parte del beneficio verso i ceti medi.

Chi guadagna davvero: figli, reddito e professione

Combinando le due misure, l’Upb stima che quasi la metà dei nuclei con ISEE attivo (48,1 %) beneficerà di almeno una modifica. L’aumento della franchigia sulla casa interessa il 21 % dei nuclei, mentre la revisione della scala di equivalenza coinvolge il 36,8 %.

La differenza si nota tra proprietari e affittuari: oltre il 72 % dei primi sarà interessato da almeno un vantaggio, contro meno di un terzo dei locatari. Quanto al numero di figli, le famiglie con almeno due figli rappresentano il target principale dell’intervento: la quota di nuclei interessati cresce dal 14,9 % per chi non ha figli al 27,9 % per chi ne ha due.

L’età del dichiarante incide in modo evidente. La probabilità di possedere un’abitazione aumenta con gli anni: il 26,2 % dei nuclei tra i 45 e 60 anni e il 23,4 % degli over 60 beneficeranno della nuova franchigia, contro appena il 9,5 % dei più giovani.

Quanto alle professioni, i lavoratori autonomi risultano i più favoriti (64,5 %), seguiti dai dipendenti (59,1 %) e infine dai pensionati (28,7 %). La scala di equivalenza premia le fasce centrali d’età e le famiglie con figli a carico, tipiche del periodo lavorativo attivo.

Le differenze territoriali

L’impatto della riforma varia anche su base geografica. L’incremento della franchigia per la prima casa interessa il 23,7 % dei nuclei del Centro Italia, il 20,9 % del Sud, il 18,5 % del Nord-Ovest e il 19,4 % delle Isole. Le maggiorazioni della scala di equivalenza, invece, hanno un peso maggiore nel Nord-Est (39,8 %), con valori compresi tra il 33,7 % delle Isole e il 37,9 % del Sud. Nel complesso, l’Upb indica il Nord-Est come l’area più coinvolta (52 %), mentre il minimo si registra nelle Isole (45,2 %).

Fasce di reddito: chi passa di livello

L’assegno unico si basa su tre fasce ISEE: fino a 17.200 euro (fascia A), tra 17.200 e 46.000 (fascia B) e oltre 46.000 (fascia C). L’Upb rileva che la riduzione dell’ISEE cresce con il reddito iniziale: ne beneficia il 62,4 % delle famiglie in fascia A, il 70 % circa in fascia B e l’80,7 % in fascia C. L’aumento della franchigia casa è più incisivo nelle fasce alte (61,3 % dei nuclei in fascia C contro il 13,2 % in fascia A), mentre la scala di equivalenza mostra un effetto più uniforme tra le fasce, dal 57 % al 53 %. Per alcune famiglie, la riduzione dell’ISEE potrà spostarle in una fascia più bassa, aumentando così l’importo dell’assegno.

Le simulazioni Upb

Una simulazione mostra che un nucleo con un figlio, beneficiando interamente dell’incremento della franchigia (+39.000 €), può ridurre il proprio ISEE di circa 3.300 euro, ottenendo circa 170 euro l’anno in più di assegno unico. Il vantaggio cresce proporzionalmente al valore dell’abitazione e al numero dei figli, raggiungendo il massimo quando l’immobile supera la nuova soglia di 91.500 euro.

Secondo l’Upb, i nuclei che si spostano in una fascia inferiore sono circa il 5 % di quelli oggi in fascia B e oltre il 10 % di quelli in fascia C, mentre la maggior parte beneficia di un incremento pur restando nella stessa fascia.

Effetti e limiti della riforma

La revisione dell’ISEE porta vantaggi reali ma non generalizzati. I maggiori benefici andranno ai nuclei con figli, ai proprietari di casa e alle fasce centrali del reddito. Gli affittuari, i pensionati e i nuclei con redditi bassi ma senza figli vedranno invece aumenti modesti. L’Upb avverte che l’incremento medio di circa 10 euro mensili per figlio non stravolgerà i bilanci familiari, ma correggerà parzialmente alcune distorsioni.

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