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SVB è l'inizio di una nuova crisi finanziaria? Solo se vince il panico ma non ce n'è motivo

Il caso della Silicon Valley Bank è molto diverso da quello di Lehman Brothers

di Maurizio Ricci   
SVB è l'inizio di una nuova crisi finanziaria? Solo se vince il panico ma non ce n'è motivo
Foto Ansa

A Wall Street, le banche maggiori tremano, le più piccole affondano. In Asia e in Europa, la tempesta sulle banche ha sfibrato tutte le borse. E' l'annuncio di una crisi finanziaria mondiale, il colpo di coda del boom dell'inflazione e della successiva stretta monetaria? Solo se vince il panico, e non ce n'è motivo. Ma i mercati, spesso, non ne hanno bisogno: basta la paura. Ragioni oggettive di una crisi sistemica, però, non ce ne sono: la Silicon Valley Bank, la banca californiana, da cui è partito lo scossone, era meno malata di quanto sembrerebbe ora ed il suo modello di business la rendeva anche singolarmente vulnerabile.

Le crisi bancarie, di solito, scoppiano perché i debiti mangiano le riserve e il crac si propaga a catena alle altre banche, che vedono svanire, con il fallimento della prima, i loro crediti. E' lo schema del collasso Lehman Brothers e della crisi del 2008. Ma, qui, il nodo è stato, piuttosto, lo squilibrio dei tempi. I soldi in cassa, in teoria, ci sono, ma immobilizzati in titoli a lunga scadenza, comprati prima del boom di inflazione, con rendimenti bassi. Oggi, con titoli di più recente emissione che hanno rendimenti più alti, valgono molto meno di quanto c'è scritto sopra e venderli significava accettare la perdita. Contemporaneamente, i tassi sui depositi sono cresciuti molto più di quanto rendessero i titoli, creando una emorragia continua. Conta anche che banca fosse la Svb e quale il suo tipo di clientela nella Silicon Valley.  Miracolati delle start-up e avventurieri del capitalismo dell'high-tech: il 94 per cento dei depositi fa riferimento a conti correnti sopra i 250 mila dollari, dunque sopra il limite su cui esiste la garanzia statale. Da qui la fuga dei correntisti che ha svuotato la Svb, portandola alla chiusura.

Ma la situazione della banca è disastrosa? Non pare: a fare i conti, i numeri finali sono (relativamente) piccoli. Secondo alcuni esperti, se i famosi titoli a lunga scadenza in cassa venissero venduti con una perdita del 20 per cento, il portafoglio crediti della banca ceduto con uno sconto del 2 per cento sugli importi concessi e tutti i depositi sotto i 250 mila dollari rimborsati, in tasca al cadavere della Svb resterebbero ancora 86 miliardi di dollari. Siccome i depositi sopra i 250 mila dollari (quindi non assicurati) ammontano a 91 miliardi di dollari, il buco è, in tutto, di 5 miliardi di dollari. Consistente, ma certamente gestibile. I numeri spiegano anche la relativa tranquillità con cui sono intervenute le autorità di controllo, che hanno preso in carica la banca e promesso di rimborsare anche i conti non assicurati (a carico, comunque, non delle casse pubbliche, ma di quelle del sistema bancario complessivo).

La Svb, insomma, è soprattutto una vittima accidentale della brusca stretta monetaria della Federal Reserve e dell'aumento dei tassi di interesse per frenare l'inflazione. Ma l'”accidente” è isolato? O è sistematico e, allora, accidente non è più? In altre parole, quante banche si trovano nelle condizioni della Svb, con riserve impiombate in titoli che rendono poco e costi in crescita per remunerare i conti correnti? Le maggiori banche americane hanno bilanci solidi, dicono gli esperti, ma l'ennesima deregulation voluta da Trump nel 2018 ha reso i controlli sulle banche minori molto meno stringenti e minori non vuol dire necessariamente banche piccole: la Silicon Valley Bank era al numero 16 nella classifica degli istituti americani. Ecco perché l'ipotesi di un contagio non può essere esclusa, anche se contenerlo non pare impossibile. Le autorità americane hanno comunque dovuto sospendere le contrattazioni sui titoli di più di una banca regionale, per evitare che la crisi si avvitasse.

Lo stesso dubbio ha rapidamente traversato l'oceano: anche le banche europee devono fare i conti con costi in crescita sui passivi (come i depositi) e guadagni lenti sugli attivi (come le riserve e i prestiti in essere). I controlli a cui sono sottoposte le banche in Europa, tuttavia, è molto più stringente che in America, la Bce più arcigna della Fed nel monitorare i bilanci degli istituti, sottoposti a stress test che ne misurano la capacità di reggere a scossoni di vario tipo e intensità. Una maglia abbastanza stretta da spingere gli esperti a escludere crac da questa parte dell'Atlantico.

Il problema è che mercati finanziari in agitazione sono in grado di ingigantire problemi inesistenti, fino  a renderli insolubili. E' un caso in cui i numeri si piegano alla psicologia. Per evitare che la Svb si trasformi in un'altra Lehman, bisogna dare ascolto a Giulio Cesare: “non dobbiamo aver paura della paura”. Altra tempra il grande generale, va però detto, rispetto al normale operatore finanziario.

di Maurizio Ricci   
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