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In Svizzera 5 mila euro al mese per lavorare in un supermercato: perché è una lezione per l’Italia

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
In Svizzera 5 mila euro al mese per lavorare in un supermercato: perché è una lezione per l’Italia

L’azienda tedesca della grande distribuzione Adli ha portato il salario minimo per i dipendenti dei suoi supermercati in Svizzera a quasi 5 mila euro al mese. Per la precisione 4700 franchi svizzeri equivalenti a circa 4970 euro. A questo importo bisogna poi aggiungere un ricco pacchetto di benefit aggiuntivi che riguardano ferie, congedi parentali e contributi pensionistici.

“I nostri collaboratori svolgono quotidianamente un lavoro eccellente, e noi vogliamo premiare questo impegno. E naturalmente desideriamo garantire il loro benessere finanziario anche in tempi economicamente difficili” ha spiegato Jerome Meyer, country managing director di Aldi Suisse.

La decisione del gigante tedesco della grande distribuzione segue di pochi giorni l’annuncio di Lamborghini che con un accordo sindacale ha introdotto la settimana lavorativa da 4 giorni per tutti (anche per gli operai) assieme ad un aumento dello stipendio (leggi l'articolo).Cosa unisce Adli e Lamborghini? La proprietà tedesca. La prestigiosa casa automobilistica italiana da anni fa parte del gruppo Volkswagen.

Notizie come queste non possono che far crescere la rabbia nel resto dei lavoratori italiani che ormai sono tra i meno pagati del mondo avanzato. I dati parlano chiaro. A partire dal 1991 nel nostro paese i salari sono cresciuti solo dell’1% contro un rialzo medio dei Paesi Ocse del 32,5%.

La narrazione prevalente racconta che nel nostro Paese gli stipendi sono al palo da oltre 30 anni a causa della bassa produttività del lavoro italiano. Questa è solamente una mezza verità. Negli ultimi 30 anni anche l'Italia è stata trasformata dalla tecnologia digitale che ha letteralmente rivoluzionato il modo di lavorare (soprattutto nei servizi) con un incremento della produttività tra i più alti mai registrati nella storia. E' vero che rispetto ad altri paesi avanzati la produttività del lavoro italiano è cresciuta meno ma non al punto da giustificare un rialzo degli stipendi dell’1% negli ultimi 32 anni contro una media Ocse del 32,5%.

Il gap è troppo alto per essere spiegato dalla sola produttività del lavoro e necessariamente tira in ballo anche altri fattori. Uno è sicuramente l'alto cuneo fiscale ovvero la differenza tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e la retribuzione netta percepita dal dipendente. Il dato italiano è superiore di diversi punti percentuali alla media Ocse e questo ovviamente deprime i redditi dei lavoratori. 

Ce però un terzo fattore che è esclusivamente culturale: la mentalità diffusa tra imprenditori e manager italiani di voler pagare bassi stipendi. Questa (purtroppo) è la scomoda verità che la narrazione prevalente omette di dire. L’Italia si sta accartocciando attorno a questa cultura del "braccino corto" sui salari che è la principale causa della crisi economica del Paese, perché la domanda dei consumi è la componente più importante del Prodotto interno lordo (PIL). Se i redditi dei cittadini non crescono è molto difficile che cresca l’economia.

Le prove che il fattore culturale sia importante sono evidenti in tanti settori e in particolare in quello del turismo e della ristorazione. Nonostante la fame di lavoro, i giovani italiani mostrano sempre maggiore riluttanza a lavorare in questi comparti denunciando retribuzioni insufficienti e condizioni di lavoro poco favorevoli. 

Ma la prova più evidente che in Italia la cultura dominante sia quella delle basse retribuzioni si è avuta poche settimane fa quando il Parlamento ha respinto la proposta di legge che prevedeva l'introduzione di un salario minimo legale di 9 euro lordi all'ora. Secondo i dati dell’Inps, se non si considerano la tredicesima e la liquidazione, il numero di lavoratori con salari inferiori ai 9 euro arriva a a quasi 4,6 milioni di persone, ovvero quasi un terzo dei lavoratori privati​​​​.

Senza una presa di coscienza generale che i bassi salari italiani sono dovuti anche a un fattore culturale degli imprenditori e non solo a fattori economici (bassa produttività e cuneo fiscale alto) il nostro Paese non potrà mai uscire dalle secche in cui si è infilato ormai da oltre 30 anni. La maggioranza ha avuto l'opportunità di dare una spallata importante alla cultura del "braccino corto" ma l'ha clamorosamente cestinata. 

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
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